campagna_2015_1Sul senso di un’università pubblica statale si scontrano due visioni radicalmente diverse. Da un lato (come facciamo noi) si concepisce l’università come il luogo più alto della diffusione e della crescita culturale della società, una zona franca dagli interessi particolari e privati. Da questo punto fisso nascono le richieste di un’università libera, pubblica e aperta a tutti. 
Di  contro si è diffusa una concezione imprenditoriale del sapere, che vede la conoscenza in modo parcellizzato e incentrato unicamente sulle competenze. Di conseguenza, l’università viene a essere la fabbrica nella quale si producono “conoscenze certificate” a pacchetti, senza la finalità di formare la popolazione.
È questa l’idea alla base del processo di “liceizzazione” dell’università. Il percorso universitario diventa quindi un insieme di caselle da barrare in un tempo ben definito e standardizzato; la scelta dei percorsi viene limitata e definita in un range controllato senza possibilità di deviazioni; la vita dello studente si esaurisce nella frequenza a lezione e l’esercizio mnemonico di un manuale; un numero in trentesimi conta più della conoscenza reale, perché il vero obiettivo è la certificazione finale.
Per diffondere questa visione distorta, nell’ultimo periodo si è fatto leva sull’idea di “merito”. In una società clientelista e baronale, sono in tanti ad essere sensibili verso le ingiustizie e i favoritismi. L’idea del merito si presta quindi molto bene per rovesciare il punto di vista originale, trasformando i diritti in ricompense, la convivenza in competizione, addossando all’io-ego cause e colpe di qualsiasi tipo. Il merito per come lo intendiamo noi non investe la sfera dei diritti, che per definizione sono universali e prescindono da ogni “però″, ma deve essere attuato per valorizzare le capacità, una volta garantita la possibilità a tutti di svilupparle. 
Proprio questa è la premessa che manca in ogni ragionamento di questo tipo: se non garantiamo a tutti la possibilità materiale di confrontarsi allo stesso livello come possiamo etichettare come demerito un fallimento dovuto a fattori esterni (familiari, personali, culturali,…).  L’Università dovrebbe avere come primo compito quello di consentire a prescindere dalla situazione familare, di reddito o quant’altro di cimentarsi negli studi universitari, lasciando ad altri una selezione  sul merito.
Dobbiamo stare attenti, però, a non confondere pari opportunità con pari risultati. Garantire a tutti il risultato indipendentemente dal lavoro personale, non equivale in alcun modo a garantire a tutti le stesse possibilità.